Foto di dave99
 

Area personale

- Login
 

Contattami

Messaggi Mail
 
Cupido
 

Mi trovi anche...

Chat  
 

laulu

Il mio mare si perde lontano, é grigio , é freddo, viola è il cielo , non ha spiaggie su cui sostare...

 

Contatore



 

Il sogno

Svegliandomi mi sono ripromesso: devo raccontare e scoprire il significato di questo sogno. E’ un’azione che debbo a me stesso. Poi riflettendo mi sono accorto che avevo solo pensieri ,che come al solito si rincorrevano e si accavallavano l’uno sull’altro incoerenti e quasi rissosi tra loro. Faccio un tentativo di riordinarli, di metterli in fila,renderli intellegibili,ma alla fine rinuncio e li butto giù come vengono. Sono iniziati così, a casaccio, ancora nel dormiveglia del primo mattino,quando,le ombre dei sogni permangono nella memoria e la realtà del giorno non si è ancora fatta strada. Avevo fatto un sogno, magari solo un flash di pochi secondi. Chissà quanto sono lunghi i sogni? poi che narrano? Nostre azioni,nostri desideri, o storie che non ci appartengono e che nei momenti di abbandono entrano nella nostra mente per narrare di se stesse?
 

 

Per me  questo sogno ha qualcosa di particolare.  Un sogno di poche immagini, come le ultime sequenze di un film. Un volto, degli occhi di un colore così chiaro quasi simili ad  un’acquamarina. Un volto di giovanetta, e un corpo  appena delineato avvolto in un vestito da ballo,quelli di una volta,lunghi fino ai piedi ed ampi a ruota e stretti in vita. Il colore dell’abito? ,oddio, non ricordo il colore, chiaro,rosa, color panna,mah,non ne ho idea. Ricordo solo quel volto un poco pallido, quel tenue sorriso che increspava le labbra sottolineate da qualcosa di rosa, la mano, piccola, raccolta nella mia , la sua vita sottile avvolta nell’abbraccio del ballo. No, non certo un ritmo di oggi, non un agitarsi  od un dimenarsi come s’usa a ricordo di antiche usanze tribali,ma qualcosa di lieve e soffice, come quando volteggiando si vorrebbe prendere il volo. Un ballo,un ballo incompiuto,perché altre braccia si sono protese, altre braccia ci hanno allontanato l’uno dall’altro,stupito, senza comprenderne il motivo .

 

 

Ci siamo incontrati una sola volta, quella sera, ad un ballo studentesco. Una favola che avrebbe dovuto incominciare e che si è cristallizzata come per un incantesimo in pochi attimi. Uno sguardo in cui c’era tutto, ammirazione,desiderio,affetto. Due mani che strette nella danza si dissero tutto,comunicando l’una con l’altra apertamente. Dicendosi: sta accadendo  qualcosa di grande,di profondo,ho paura, tremo un po’, non ho mai provato l’amore. Uno sguardo che pregava, una voce interna che faceva vibrare le labbra:  appena una implorazione, non lasciarmi ti prego, non voglio perderti!Come nel sogno, tutto finì, in quelle poche sequenze,nemmeno il tempo di dirsi ci vediamo, magari a scuola, all’ingresso,nel corridoio ,durante l’intervallo .Non ci siamo più rivisti,ne a scuola ne altrove. Nemmeno gli amici a cui chiesi invano di avere sue notizie esaudirono mai la mia richiesta. Svanì come era apparsa,lasciandomi solo un sorriso dolcissimo e triste, due occhi celesti  che mi guardavano con abbandono  e la sensazione della sua mano morbida che stringeva la mia e che al cessare della musica in essa si tratteneva. Sono passati anni da allora,il liceo era ormai alle spalle, e come tutti, guardavo al futuro,lontano dal luogo e dal tempo di questo incontro. Come ci si rassegna facilmente,non tutti siamo così forti da lottare con la tenacia necessaria,ci si consola, e alla fine ci si auto-convince: è stato un sogno, uno scherzo crudele,mi sono ingannato, e così tra una supposizione e l’altra avevo pensato di aver superato la cosa.

 

Infatti col tempo era diventa la “cosa”  C’era un epilogo diverso in agguato: che mi ha fatto sentire disperato e colpevole. Il caso, l’ironia,la sorte, o qualsiasi altro maleficio di cui abbonda questa terra mi ha portato un giorno , non ricordo neppure il motivo, a visitare un ospedale. Seguendo un medico amico,che mi illustrava la sua attività. Camminando attraverso i padiglioni , un poco annoiato e  distratto ,di questo grande nosocomio,leggevo,  sui vetri smerigliati delle porte, che separavano  i padiglioni gli uni dagli altri ,le dediche ai donatori ,che avevano contribuito alla loro realizzazione. Ad un tratto,incredulo,bloccato, in mezzo ad una corsia con gli occhi sbarrati ed increduli lessi un nome. Un dolore lacerante mi percorse e avrei voluto gridare quel nome e dire no, no, no!. Lei proprio lei, il suo nome spiccava trasparente sul vetro opaco. Nome e cognome cristallizzato nel tempo. Non dissi nulla all’amico meravigliato del mio atteggiamento: lui poi si dilungò a spiegarmi che molto dei nuovi padiglioni erano stati donati da mecenati, in memoria di familiari deceduti. Io assentivo e dicevo che spesso il dolore porta ad opere di generosità a sollievo di altri. Mi sentivo un ipocrita, e l’unica cosa che volevo sapere era cosa era accaduto e quando. Curiosità, desiderio di capire o di consolare me stesso,un miscuglio di sentimenti che esprimevano nel loro insieme un dolore rimasto nascosto per anni. Non seppi trattenere a lungo questa incertezza. Andai pochi giorni dopo a casa di lei,dalla sua famiglia che ben conoscevo, ma sulla porta mi trattenni, non sapevo cosa dire,non sapevo come comportarmi,feci marcia indietro, mi sentivo un estraneo inopportuno, come allora. 

 

Mi ricordai degli amici di quei tempi ,forse loro sapevano,alcuni erano pure parenti, cugini, se ricordavo, forse alla lontana,ma sicuramente informati. Ebbi fortuna con loro, non si erano allontanati dalla città in cui vivevano fin dall’infanzia,anzi ormai adulti lavoravano nell’impresa di famiglia, ben radicati come si dice. Mi accolsero calorosamente,felici di vedermi dopo tanto tempo, lieti di ricordare le scorribande e le avventure spericolate di un  tempo, quando eravamo una compagnia unita ed affiatata. Piano piano,scivolando da un argomento al’altro,si arrivò a ricordare anche le feste studentesche e il famoso ballo. Ci fu una pausa di silenzio,quasi un senso d’imbarazzo tra noi, come qualcosa che avrebbe dovuto accadere e che  rimasto in sospeso. Un incrinatura nella nostra amicizia, impercettibile, ma che esisteva da allora. Uno dei cugini,il maggiore di due fratelli alla fine prese la parola e a ricordo di quella sera mi disse: ti dobbiamo una spiegazione ,non è che ci dispiacesse se tra  M* e te fosse nato qualcosa, anzi, ne saremmo stati felici.  ti consideravamo come un fratello, ma c’era una cosa che tu non sapevi e giudicammo inopportuno informarti. Soprattutto, avevamo compreso che tra voi si sarebbe sviluppato un sentimento molto forte ben oltre l’amicizia. Ma! - stavo per intervenire - lui fece un gesto secco e m’interruppe. Poi proseguì:  M* era malata,molto malata, e quella sera era un caso che fosse con noi al ballo, era un suo desiderio e noi l’avevamo accontentata prendendoci l’impegno di sorvegliarla e di proteggerla, anzi di custodirla con l’affetto e la dolcezza sapendo la sua situazione.

 

Così, vedi, ci siamo intromessi: era doloroso e tragico per entrambi , l’illusione di qualcosa che non si sarebbe mai potuta avverare, sarebbe stata una beffa atroce. Non ti chiediamo scusa del nostro modo di agire, siamo sicuri  di aver agito in modo giusto. Ora lei riposa in pace , tu hai la tua vita davanti a te. Il fratello assentiva tacito. Così venni a sapere che morì pochi mesi  più tardi, si spense per uno di quei maledetti mali che la medicina non sapeva curare e di tutto questo ne rimasi ignaro per anni. Accettai la loro versione e le loro decisioni di un tempo,che altro fare? Dentro di me le cose erano ben diverse il mio cuore era in tumulto un senso di ribellione mi si agitava dentro di me: la trovavo una crudeltà  averci separati sul nascere dei nostri sentimenti, e di aver tolto a lei, anche se per poco tempo, momenti di gioia e di felicità. Forse non hanno compreso che l’amore è un dono che si da e si riceve e che non ha misure. Le loro considerazioni così logiche e sagge  erano nella realtà quelle giuste, ma non per l’amore. Di lei solo un nome scritto sull’ingresso di una corsia di un luogo di dolore e di speranza dove non tornai mai più.

Questa è l’interpretazione e conclusione di un sogno,che da anni si ripete,in quelle poche sequenze come il finale di un film, solo una storia interrotta senza la parola fine.

 
Sesso: M
Età: 109
Città: Non l'hanno ancora fondata
Provincia: Stato Estero
Regione: Stato Estero
Nazione: Altro

Mi descrivo

Forse debbo una precisazione.Non è facile descriversi: poche parole non rendono nessuna idea,ma fanno credere spesso quello che non si è, per questa ragione ho preferito aggiungere piccoli pensieri,e piccoli racconti,credo che rendano meglio l'idea. Ovvio tutto questo è per chi é interessato o curioso di approfondire....
 

Amo & odio

Tre cose che mi piacciono

 
 
 
 

Tre cose che odio

 
 
 
 

Dettagli

Lingue conosciute

non definito
non definito
non definito

I miei interessi

non definito
non definito
non definito

Gli sport preferiti

non definito
non definito
non definito
 

Gen. musicale

non definito
non definito

Gen. cinematografico

non definito
non definito

Letture preferite

non definito
non definito
 

Mi piace la cucina

non definito
non definito

La vacanza OK

non definito

La vacanza KO

non definito
 

La meta dei miei sogni

non definito
non definito

Occupazione

non definito

Stato civile

non definito
 

Ultime visite

LA PROPOSTA (parte prima)

Anno 2014 d.c. Il mondo è in crisi economica, i continenti che lo compongono soffrono dei grandi scompensi monetari. L’Europa è in grave difficoltà, i giornalisti si affannano a descrivere la situazione a tinte fosche ma con un soffio di speranza che tende al rosa pallido. Hanno sempre un tunnel a disposizione ed uno sguardo acuto per intravedere un bagliore in fondo, ma proprio in fondo. Tra i paesi maggiormente coinvolti c’è pure il paese dove vivo e abito. Sob ! . Quindi per deduzione si giunge alla conclusione che pure io, singolo individuo, sono coinvolto in questa crisi, ed essendo solo una particella di questo sistema, nulla posso fare per modificare la situazione così tragica. Non leggete i giornali comunque, per favore, vi fareste delle idee sbagliate e confuse sulla situazione. Poi quello che dicono non ha alcuna importanza, come nel mio caso in particolare. Così, dopo aver ben ponderato la situazione, controllato le mie finanze, la mia situazione economico-familiare e fatti i dovuti calcoli in previsione del mio futuro ormai prossimo ho deciso di chiedere udienza a chi tutto può e se, quando vuole, nessuno può impedirgli di farlo. C‘è chi lo chiama Dio, chi Nostro Signore e chi Padre Eterno e chi con altri appellativi altrettanto ossequiosi e munifici. Pensando a Lui come Padre Eterno, mi sembrava, l’appellativo migliore con cui rivolgermi in questo frangente. Così ho fatto. Scelto un posto, discretamente isolato, la riservatezza è d’obbligo in certi casi, meglio nella natura che in una città, anche se in quest’ultima, l’isolamento dei singoli non è messo male. Trovato un piccolo spiazzo, abbastanza pulito, solo qualche cartaccia, un paio di bottigliette di birra vuote, una lattina di coca, due preservativi usati seminascosti nell’erba simbolo d’amore o di sesso e poco altro.
 
Sgomberare il luogo da questi emblemi di civiltà avanzata è stato abbastanza facile. Alla fine si presentava bene, era ritornato discretamente allo stato naturale di un tempo. Dimenticavo, nella micro-radura c’era pure un alberello stentato, con pochi rami, che si protendevano disperati verso il cielo, aveva foglie verdi tondeggianti che dondolavano dolcemente sospinte da una brezza che non percepivo. Non sono un esperto di approcci con il Padre Eterno, non conosco i rituali con cui mettersi in contatto, avendo frequentato poco le persone che hanno il privilegio di avere linee dirette, conoscenze o particolari intermediari a cui raccomandarsi. La soluzione fu di accoccolarsi al piede dell’albero secondo le antiche usanze tribali. (Queste usanze me le sono proprio inventate) Una faticaccia, non sono così giovane e atletico come un tempo, ma nemmeno vecchio come Matusalemme da essergli stato compagno di giochi. Non voglio derubarlo del primato, facciamo una via di mezzo, tanto per dare un’idea giusta dell’età. Le giunture delle ginocchia scricchiolano ad ogni movimento, schioccano come piccole castagnole nei giorni di festa, i muscoli si presentano allentati e penzolanti simili alle peggiori bretelle sfibrate che possiate aver mai visto. Alla fine ci sono riuscito, un simile sacrificio era dovuto, visto l’importanza del colloquio. Rimasi in attesa del mio turno, come è d’uso, nella sala d’aspetto del medico della mutua, sempre che ci fosse un turno per accedere al colloquio da me mentalmente richiesto. Le ore passavano, e non succedeva nulla. Transitò un insetto, non ben identificato, fece il giro delle mie scarpe, chissà, incuriosito della novità o forse perché aveva perso l’orientamento, non c’erano più le bottiglie di birra e la lattina che riluceva al sole che gli indicavano la strada, poi si decise e riparti per ignota destinazione.
 
Dopo non so quanto tempo mi parve di udire un cigolio, come quello che di solito si sente quando si apre una porta non oliata da tempo e solitamente poco usata. Mi guardai intorno: di porte o di cose simili non ne vedevo, eppure quel cigolio, mi era proprio parso di sentirlo. Rimasi lì, per un po’ senza muovermi, fin quando una voce, un poco seccata e nello contempo ironica non fa. - Se ti prendessi la briga di voltarti, le cose sarebbero più facili - Mi voltai istintivamente, certo di trovare dietro di me una persona, che incuriosita della mia postura mi aveva rivolto qualche domanda che nella mia concentrazione verso l’infinito non avevo udito. Invece no, c’era proprio una porta, non tanto grande e di uno stile antiquato, era poco distante seminascosta dal tronco esile dell’albero ed era aperta: aperta, direi socchiusa, solo una porta senza muri che la sorreggessero. Parlante! Una meraviglia della tecnica. Tanta tecnica per una porta così malmessa che sembrava un invito per i tarli mi parve una esagerazione. Il mio pensiero, in buona parte “teledipendente”, volò ai giapponesi. Loro si sanno fare di questi miracoli, hanno una tecnologia così avanzata! Più che un invito sembrava un ordine e agli ordini si ubbidisce. Incerto mi alzai, con mia sorpresa, senza tutta quella fatica e doloretti persistenti che di solito accompagnano ogni mio movimento. Un passo o due e allungai la mano verso quel portoncino, dall’aria malandata, non aveva nessuna maniglia, lo spinsi con il palmo della mano ed alla fine entrai. Un corridoio lungo e stretto, illuminato, con le pareti di un bianco lattiginoso, un vero schifo, con i segni lasciati col tempo da quadri appesi, ed ora mancanti, ed un pavimento sporco di calcinacci. Lavori in corso pensai, pure qui! Era stupefacente. Sembrava di essere entrato in uno di quegli uffici trasandati di qualche amministrazione del terzo mondo. Guarda che strani pensieri vengono per evadere dal pensiero principale per cui mi ero presentato.
 
Alla fine il corridoio, non era poi così lungo, sfociava in un’anticamera con due porte una a destra ed una sul lato opposto, di fronte a me una finestra con i vetri opachi, forse smerigliati o forse incredibilmente polverosi da cui entrava una luce soffusa. Sostai dubbioso. Sulla porta a destra c’era scritto il solito cartello tipo ufficio “AVANTI” su quello di fronte “ARCHIVIO” Nessun dubbio di dove andare. Feci il gesto di bussare, ma prima che le mie nocche raggiungessero la porta La solita voce recitò: È aperto La stanza era piccola, incolore, una scrivania nel centro leggermente arretrata dietro alla quale sovrastava una grande finestra da cui entrava una luce abbagliante ad illuminare il locale, forse c’era una sedia, o una poltrona dietro la scrivania dall’aspetto imponente, ma la luce abbagliante che proveniva dalla finestra non permetteva di distinguere molto. La voce si fece sentire di nuovo - Si accomodi - Mi dia i suoi dati personali e mi esponga il suo problema visto che è in anticipo. Mi guardai intorno, ma non vidi nessuna poltrona accogliente né una sedia né uno sgabello, non c’era proprio nulla su cui accomodarsi. Strana accoglienza e riteneva pure che ero in anticipo, di cosa poi, ebbi un dubbio che respinsi, questa voce, così anonima, assente, come quella di un impiegato statale che ripete le stesse parole da una eternità metteva in soggezione. -Veramente – incominciai - - Avevo fatto richiesta di parlare con il Signore Padre Nostro. Sa è una cosa molto personale. Segui un silenzio abbastanza lungo, mi sembrò che durasse un’eternità, ma visto il luogo doveva essere normale. - Incominci col darmi i suoi dati, prego - È la prassi Rimasi sbigottito, ma come, pensai, dove sono finito? non certo alle soglie del cielo, manco meno in Paradiso, all’Inferno non credo li devono essere più spicci. La mia richiesta di colloquio era piuttosto precisa: conferire con il Padre Nostro.
 
Proprio in qualità di padre, magari severo ma comprensivo.Possibile, che questi non sanno nemmeno chi sia? È vero che di esseri simili a me ce ne sono miliardi, però una organizzazione come questa almeno un archivio con le foto segnaletiche dovrebbero averlo, poi potrebbero averci impiantato un cip fin dalla nascita con lettura automatica che appena varchi le soglie del loro mondo ti identifica. Per non creare ostacoli e per evitare di incominciare con il piede sbagliato, decisi di accontentare questo funzionario così poco visibile, che sospettavo fosse seduto dietro la scrivania. -bene disse, dopo che avevo sciorinato nome cognome, paternità, maternità, data di nascita, stato civile e attuale occupazione la data del battesimo no, quella non me la ricordavo. Meglio di così non potevo. - ha una bella età – disse quando riprese a parlare, dopo un’altra pausa degna dell’eternità. –Con tutti quei malanni che si ritrova dovrebbe già essere andato oltre. - In effetti sono qui proprio per un problema che vorrei risolvere prima che, e lasciai la frase in sospeso. È questa la ragione per cui vorrei conferire con LUI. -Lo ha mai incontrato fino ad oggi? – mi chiese - Per la verità no, non credo, - risposi – potrebbe anche essere accaduto, ma me ne dolgo, non me ne sono accorto, anche se in certe occasioni qualche brivido e una qualche emozione mi ha circondato. - No credo proprio di aver non mai attratto la sua attenzione, non c’erano motivi. Altro silenzio prolungato, ma questo qui, che fa, schiaccia un sonnellino tra una frase e l’altra o si legge il giornale. Stare qui in piedi, anche se i soliti acciacchi non infieriscono come al solito, non rientrava nei miei più grandi desideri. Poi tutto questo temporeggiare incominciava ad innervosirmi. - Vedo che è stanco ed anche irrequieto – riprese a recitare la voce – mi considera scortese, ma non è così, di solito chi si presenta qui non ha più bisogno di quella accoglienza che riservate agli ospiti nel vostro mondo.